Oggi mi sono reso conto di avere una cotta incredibile per il Ministro (o la Ministra) Maria Elena Boschi.
Qualcuno dice un po' culona...machissenefrega. Ha un bel sorriso
E poi ho visto un video che mi fa morire. Il suo labiale in risposta al deputato M5S che la accusava di collusione con la massoneria.
"Massone lo dici a tua sorella".
Ma sei una grande!
E poi come scuote la testa e sbatte gli occhi.
Ooooooh, you're so sexy.
E poi intelligente: 100/100 alla maturità classica, laurea in giurisprudenza, master in diritto societario (fonte: Wikipedia)
venerdì 16 ottobre 2015
lunedì 20 luglio 2015
Sulla cima del M'Goun (4067 m)
Panoramica a 360° dalla cima del M'Goun (devo ricordarmi di fare i video in verticale)
lunedì 29 giugno 2015
Dalle stelle alle stalle
I miei piani erano di andare a Imlil e provare l’ascesa al Toubkal, la
montagna più alta del Nordafrica; avevo pianificato tutto: grand-taxi fino a
Imlil, oppure bus fino ad Asni e poi taxi. Peccato che non ci siano bus fino ad
Asni – almeno così mi han detto alla gare routiére – e i taxi costano un botto:
600 Dirham il primo prezzo, 400 l’ultimo. Io ero disposto ad arrivare fino a
200 ma quando è troppo è troppo.
La sfortuna di viaggiare da solo alle volte.
Dopo un frenetico ping pong tra la stazione dei bus e quella dei taxi,
con lo zaino, sotto un sole cocente, facendo lo slalom tra motocarrozzelle, bambini,
carretti, mendicanti, venditori di frutta, indovini, spacciatori d’hashish,
procacciatori d’affari, donne velate, individui barbuti e tutto il grande
circo, mi do per vinto.
D’altra parte lo diceva anche Mick Jagger: “You can’t always get what you want”. Impara, Stefano, impara.
Cambio meta e compro un biglietto per Essaouira, vado a respirare l’oceano e a riempirmi gli occhi d’infinito.
Mi è capitato tante volte di vedere i camion con le persone sul tetto
ma un camion con le mucche sul tetto mai. Mucche vive che brucano. Sto
sognando, ho fumato qualcosa? No, è tutto dannatamente vero. Se si ribalta
fanno il contrario degli accumulatori: disperdimucche. Ok, ok, la smetto, ma
non è mia questa, è di Groucho.
Appena arrivato a Essaouira e sceso dal bus vengo intercettato da
Ahmed (che fantasia coi nomi) che mi propone un albergo; è l’una, il sole è a
picco e non ho voglia di sbattermi a cercare per conto mio così decido di
lasciarmi guidare dall’onda lunga della fiducia nell’essere umano. Ahmed mi
conduce nella medina, in un piccolo albergo che fa al caso mio; per 100 Dirham
a notte mi installo in una piccola ma confortevole camera al secondo piano.
Essaouira mi ricorda Alghero: città fortificata dal colore bianco e
azzurro, rivolta a ovest verso il mare aperto, con un porto fiorente, crocevia
di culture e commercio, intreccio di storie e popoli e dal sapore un po’ catalano,
soprattutto per la quantità spropositata di magliette del Barça che si vedono in giro.
Passo il pomeriggio in spiaggia a guardare i ragazzini che giocano a pallone, molti di loro hanno magliette dell’Italia; l’impressione è che il nostro paese sia molto più amato della Francia, loro antico colonizzatore.
Tento un bagno nell’Oceano Atlantico ma mi scoraggio in fretta: l’acqua e marrone, limacciosa e fredda. Siamo solo all’inizio dell’estate, ci saranno altre occasioni in mari più belli.
sabato 27 giugno 2015
Fermo lì, petit taxì
Sveglia presto e attesa del taxi collettivo che mi riporterà ad Azilal
e poi da lì chissà dove; ci mette circa un’ora per raccogliere tutta la gente
del villaggio: l’autista ogni volta che incrocia un altro veicolo si ferma e
inizia uno scambio di battute i berbero stretto, per me assolutamente
incomprensibile se non per le ultime due parole, waha “d’accordo” e jalla “andiamo”.
Il contachilometri è rotto in compenso la radio funziona benissimo e l’autista
spara a tutto volume la preghiera coranica per due ore; io prego di arrivare
intero, visto come guida, ma soprattutto di arrivare in fretta perché le mie orecchie
non ce la fanno più. È come se noi ascoltassimo Radio Maria per due ore di
fila: c’è da uscirne pazzi.
Finalmente arriviamo alla stazione dei bus di Azilal dove ritrovo
Hassan, il capo bigliettaio; gli chiedo indicazioni per andare alle cascate di
Ouzoud, la principale attrattiva della zona. Mi indirizza verso la stazione dei
petit taxi, un fenomeno tipicamente marocchino: un’auto – quasi sempre una
berlina Mercedes con almeno 200.000 chilometri – viene riempita, anzi stipata,
con sei persone, oltre all’autista. Ovviamente non parte finchè non è piena ma
io sono abbastanza fortunato perché si riempie in mezzora; in quel lasso di
tempo ho modo di osservare le dinamiche d’acquisto dei biglietti: il
bigliettaio è seduto a un tavolo chiuso per tre quarti da un passamano in ferro
attorno a cui si accalcano le persone senza un ordine, che urlano la propria
destinazione e gli porgono i soldi che lui incassa e pone sotto delle
mattonella di metallo – immagino che ognuna di esse rappresenti una
destinazione. Una volta completato il carico si viene magicamente indirizzati
verso l’auto giusta. Il bigliettaio è coadiuvato da aiutanti che urlano, come i
bagarini fuori dalla stadio, nomi di località sconosciute.
Finalmente arriva il mio turno, vengo indirizzato verso una Mercedes color panna acida e strizzato tra il finestrino e tre robusti signori; la maniglia della portiera è tenuta insieme con il fil di ferro, manca la manopola per abbassare il finestrino, il tachimetro è rotto ma in compenso abbondano i sacchetti per il vomito. Di fianco all’autista sono seduti nonna e nipotino; il ragazzino dopo dieci minuti chiede gentilmente un sacchetto e fa quello che deve tra l’imperturbabilità completa di tutti. Anzi qualcuno gli dà pure una pacca d’incoraggiamento sulla spalla.
L’autista deve aver gareggiato in F1 nella vita precedente; è vero che il tachimetro non funziona ma lui affronta le curve a velocità smodata, superando camion, inchiodando e schivando muli carichi, parlando al telefonino e spesso girandosi a parlare con gli altri o a guardare il panorama.
Arriviamo a Ouzoud, località abbastanza turistica, dove un piccolo torrente precipita per oltre 30 metri dando luogo a splendide cascate.
La discesa verso il basso è un passaggio infernale tra ristoranti, bar e venditori di chincaglierie. Non è proprio il mio genere e medito di scappare appena possibile: cerco di imbarcarmi clandestinamente su un bus turistico in direzione Marrakech ma senza successo così non mi resta che prendere un altro petit taxi che mi riporti ad Azilal. Peccato che sono le tre del pomeriggio, fa un caldo atroce e non ci siano molti viaggiatori; mi accomodo all’ombra di un ulivo in attesa dei miei prossimi compagni di viaggio. Finalmente, a poco a poco, troviamo gli altri cinque disperati che si pigiano in taxi con me e partiamo. Ritorno ad Azilal, scendo alla stazione dei bus, mi informo sul prossimo bus per Marrakech ma con mio grande disappunto il primo sarà domattina.
Ok, no panic.
Nemmeno il tempo di riflettere su cosa fare che un tizio mi si avvicina in maniera concitata e mi fa: “Marrakech?”.
“Oui”.
“Vite, vite, viens avec moi…petit taxi”.
Non ci posso credere, ho avuto la botta di culo che una famiglia di 5 persone stesse cercando il sesto. Mi riaccomodo sulla Mercedes in compagnia di due manovali e delle rispettive mogli, tutte adeguatamente velate.
Io sono nel posto del morto, tra l’autista e il passeggero, con lo
specchietto retrovisore a breve distanza dal lobo frontale. Se inchioda sono
con la testa nel vetro e ogni volta che cambia marcia mi fa un massaggio alle
chiappe; dopo mezzora ho una paresi alla gamba sinistra, innaturalmente piegata
sull’altra. L’unico che bofonchia due parole di francese è il mio vicino perciò
la conversazione langue; in compenso mi offrono qualsiasi tipo di cibarie e
coca cola a non finire. Loro parlano concitatamente, a toni altissimi e tutti
insieme, compreso l’autista, per cui a me non rimane altro che guardare la
strada e pregare di non fare incidenti. Finalmente arriviamo a Marrakech, alla
stazione dei bus, dove cerco un taxi locale che mi porti a Jemaa el Fna: mi han
detto che una corsa dovrebbe costare tra i 7 e i 10 Dirham, il taxista me ne
chiede 30 e inizia una contrattazione feroce che si chiude a 15 (1,50 euro).
Che pacchia il Marocco.
Mangio un’ottima grigliata di agnello in piazza e mi dirigo all’Equity
Point dove, oltre a trovare da dormire, mi rendo conto che hanno tolto l’ora
legale da due giorni: ieri poco male che tanto ero in montagna ma oggi…è anche
vero che qua gli orari sono relativi, bus e taxi partono quando si riempiono.
Ora riposo e faccio i piani per domani.
venerdì 26 giugno 2015
Ritorno alla civiltà
Dormo male, freddo e umidità mi penetrano nelle ossa; nonostante tutto
sono un homo metropolitanus e le notti in tenda – per quanto lascino in bocca
il sapore di avventura – sono provanti. Mi sveglio intirizzito alle 6 e mi
dirigo al rifugio: Mohammed mi accoglie con un largo sorriso, dice che era
preoccupato per me, che ci potessero essere dei ladri o che qualcuno mi
importunasse. Lo ringrazio per la sollecitudine, anche se tardiva, e rimarco il
fatto di non essermi mai sentito minimamente minacciato da uomini o animali.
Anzi, benché fossi sperduto in un cantuccio nascosto in una valle sperduta dell’Atlante
marocchino, ho sempre avuto la sensazione di sicurezza, come se qualcosa o
qualcuno mi proteggesse. Chiamatela fortuna che aiuta gli audaci, angelo
custode o buona stella.
Una rapida colazione e ripartiamo; camminiamo fino a Tighramt (Kasbah in berbero) Aithmad, un’imponente costruzione abbandonata e mezza crollata, adagiata in un cono d’ombra, protetta dalla vivida luce del mattino.
Dobbiamo
guadare nuovamente lo wadi gelato e mentre io decido di togliere scarpe e calze
e dare sollievo ai miei piedi, Mohammed entra nel torrente con le scarpe…mah,
usanze berbere, evidentemente.
Ci inoltriamo in una valle laterale e saliamo per un paio d’ore; Mohammed
si sta riavvicinando a casa: lo capisco dal fatto che ha accelerato il passo e
che saluta le poche persone che incontriamo, tra cui un pittoresco uomo che
scende la valle a dorso di mulo, agghindato come un principe berbero – scarpe da
ginnastica a parte.
La salita procede tra rocce frastagliate e imponenti fino a un valico
che si affaccia sulla Vallée Heureuse, scendiamo veloci fino a incontrare
Moustafà che ci ha preceduto, sempre accompagnato dal suo fedele mulo senza
nome, per preparare il tè e il pranzo.
La mattina di cammino e una chiacchierata con Mohammed mi hanno permesso
di mettere a fuoco alcuni concetti; uno di questi – forse il più importante – è
“Non importa quello che hai ma quello che sei e soprattutto quello che sai”.
Quello che hai lo puoi perdere, ti può venire rubato , si può rovinare ma
quello che sei lo sarai sempre, in tutto o in parte e difficilmente lo potrai
perdere. Quello che sai sarà tuo per sempre e definisce quello che sei. Ok, sembra una frase da cazzo di bacio Perugina ma è così.
Dopo pranzo salutiamo Moustafà che riporta il mulo al suo padrone; gli
do un piccolo pourboire - da non
confondersi col bakshish – una mancia,
dopo che Mohammed mi ha detto che per questi cinque giorni di sbattimenti e
notti al freddo si porta a casa solamente 300 Dirham (30 euro). Ciao Moustafà,
abbiamo parlato poco ma ci siamo sempre capiti.
Mohammed e io riprendiamo a camminare sotto il sole cocente delle
due del pomeriggio; avvicinandoci a Tabant incontriamo sempre più gente: noto
la differenza tra le donne della Vallée des Roses, vestire interamente di nero,
e quelle della Vallée Heureuse, abbigliate con colori sgargianti. Arriviamo al
Gite da cui siamo partiti e ci accoglie Housayn che funge da coordinatore delle
guide della valle. Mentre Mohammed ha un sorriso aperto e lo sguardo franco,
Housayn è un po’ ambiguo, guarda di sottecchi, sembra che mi studi; il suo
scrutarmi mi mette un po’ a disagio, ha qualcosa di furbesco col suo cappello
consunto e sfilacciato, gli occhialini dalle lenti un po’ scure – sembra Gary
Oldman in Dracula – i denti storti e un po’ cariati tra cui spiccano i due
incisivi. Assomiglia alla volpe di Pinocchio o a qualche vecchio impresario
teatrale, navigato e un po’ calcolatore. Tra me e me ho sempre l’impressione
che mi stia chiedendo dei soldi.
Gli unici clienti della casa berbera sono due ragazzi inglesi di
Manchester venuti per fare un paio di giorni di trekking in valle; sono in
Marocco da una settimana e ne passeranno altre tre. Lei ha in programma di fare
un semestre all’Accademia di Belle Arti a Venezia. Dopo una doccia rintemprante
parto alla scoperta di Tabant, il capoluogo della valle, lungo un sentiero tra
alberi da frutto e campi coltivati a grano e orzo. Il paese si rivela un villaggio
squallido e polveroso, costituito da un’unica strada sterrata che lo
attraversa, tra piccole botteghe che vendono chincaglieria, alimentari e
bombole a gas, uno degli articoli più diffusi visto che la fornitura diretta
non sembra essere arrivata in valle.
Ritorno in hotel e attendo la cena, il solito tajin di verdure con
coscia di pollo: inizia e essere un po’ monotono ma mi sazia e tanto basta.
Chiacchiero con Housayn che si rivela una persona interessante, parla anzi
filosofeggia di ricchezza e povertà, dare e avere, vita e morte. Mi racconta
che un giorno ad Azilal, nello stesso giorno, sono morti il più povero e il più
ricco della città. Nonostante la differenza di ceto entrambi hanno avuto la
stessa cerimonia, i corpi lavati avvolti in sudari bianchi e la preghiera dell’imam.
Tanto simili nella morte quanto erano stati dissimili in vita. Mi ricorda “ ‘A livella”
di Totò: la morte pareggia tutto.
Poi mi racconta di com’è difficile la vita in valle, a gennaio e
febbraio, con mezzo metro di neve, e i bambini che escono la mattina con i
sandali a – 10°. Durante un viaggio in Francia alcuni anni fa ha conosciuto un
francese, pilota militare, che ogni anno porta vecchi vestiti per la
popolazione della valle; il primo anno ne ha portati 100 chili, l’anno scorso
1000.
mercoledì 24 giugno 2015
In mezzo scorre il fiume
Stanotte ho dormito veramente male a causa di alcuni sassolini sotto
il mio sacco a pelo e di alcuni tarli nella mia testa. La solitudine
ingigantisce i pensieri, sia positivi che negativi. Fortunatamente la luce del
mattino ha risolto tutto.
Partiamo con calma seguendo lo wadi (torrente) M’Goun nella splendida
valle che ha scavato nei secoli, dando vita a formazioni rocciose che si ergono
imponenti verso il cielo; non incontriamo nessuno se non nomadi spersi,
soprattutto bambini – piccoli ma con gli occhi grandi – che sembrano quasi
intimiditi dalla mia presenza.
Camminiamo per circa 4 ore fino a giungere alla
confluenza di due fiumi dove sorge un rifugio abbandonato: dopo tre notti all’addiaccio
finalmente Mohammed e Moustafà dormiranno al chiuso.
Il vecchio rifugio è
chiuso e abbandonato, è stato distrutto dai nomadi che l’hanno usato come
riparo di fortuna durante le migrazioni invernali dal deserto quando, sorpresi
dalle tempeste di neve, vi si sono rifugiati con bambini e animali.
Il rifugio è di proprietà dello Stato e dipende dalla provincia di
Ouarzazat; peccato che per arrivarci dal capoluogo si debbano percorrere 70
chilometri in auto e due giorni a piedi. È difficile che la provincia se ne
prenda cura.
Mentre i miei amici berberi si accampano e si riposano io monto la
tenda su un prato vicino al torrente, a pochi metri sopra di me ci sono un paio
di casupole scavate nella roccia. Per il resto nulla, solo montagne intorno a
me.
Il pomeriggio passa tranquillo immerso nella lettura de “I pilastri
della terra”, mirabile saga medievale, e nella contemplazione del paesaggio.
Non sembra di essere in Africa, almeno non nell’Africa stereotipata che
abbiamo in mente; notti fredde e stellate, tempeste di neve: non è vero che l’Africa
è solo il continente nero e caldo.
martedì 23 giugno 2015
Anabasi
Oggi è il gran giorno della salita a Ighil (“monte” in berbero) o
Jebel (“monte” in arabo) M’Goun. Sveglia alle 5, colazione del campione, pane arabo,
olio e marmellata di fragole – un “maipiùsenza”, lo devo importare in Italia –
e partenza.
Sono le 5.30, è ancora buio, camminiamo con la lampada frontale;
lentamente la luce si affaccia sull’altopiano, è un’alba nitida, cristallina,
eterea. Il sole però non lo vederemo per un po’, ci inerpichiamo per un
sentiero ripido di sfasciumi.
Alcune chiazze di neve macchiano le pendici della montagna possente. Dopo 3 ore di sdrucciolii, scivolamenti e imprecazioni arriviamo in cresta; a sud una serie ininterrotta di catene montuose che terminano nei bastioni dell’Anti Atlante, a est la ferita profonda e verdeggiante della Valle delle Rose, a nord un mare di nuvole da cui spuntano solo le cime più alte, a ovest l’altopiano declina dolce verso il deserto.
Seguiamo
la cresta, rocciosa e ventosa per due ore e finalmente alle 10.30 siamo in
cima. Penso a cosa urlerò una volta in vetta, voglio esternare tutta la mia
gioia. Tutto quello che mi esce è un liberatorio “Hippyaye, figlio di
puttana” (Bruce Willis docet). Ho raggiunto il mio obiettivo: il cuore scoppia
di gioia, i polmoni lavorano tanto. Sono a 4067 metri.
Tira un vento da Coppa America ma nonostante tutto troviamo un
cantuccio riparato e restiamo un’ora sulla cima a goderci il sole e la vista
sul mondo che ci circonda.
Poi cominciamo la ripida discesa in uno scenario lunare; sembra di
essere sul pianeta Tatooine di Guerre Stellari, solo che invece di essere
spiati dai Sabbipodi, siamo seguiti dai nomadi che si palesano con i loro
greggi di pecore nei luoghi più impensati a 3000 metri. A un certo momento
Mohammed mi dice: “Lo vedi quel ragazzino?” e penso che stia scherzando;
intorno a noi il nulla, ripide pareti di roccia che si sgretola. Invece
aguzzando l’occhio in lontananza intravedo un apiccola figura abbarbicata alla
montagna. Ci avviciniamo e scorgo una ragazzina che cammina con naturalezza
indossando dei semplici mocassini su sentieri impervi dove io fatico a stare in
piedi con gli scarponi da montagna.
Scendiamo lungo un torrente impetuoso, figlio dello scioglimento delle
nevi del M’Goun, fino a incontrare il luogo dove Moustafà ha posizionato il
bivacco; mulo e mulattiere hanno percorso un’altra strada perché l’animale non
riesce a salire in vetta.
Improvvisamente mi scende la tristezza; cerco di capirne i motivi. Il
primo pensiero è che ho raggiunto l’obiettivo e mi sento come svuotato, ho dato
tutto in salita e ora sono vuoto, leggero.
Il secondo pensiero, più forte, è la solitudine: siamo io, una guida
simpatica ma che non posso considerare amico, un mulattiere che parla solo
berbero e un mulo spelacchiato. È un
sabato sera di giugno, potrei essere a Milano per aperitivi e invece sono in
una sperduta valle dell’Atlante marocchino, accampato in una tenda sul greto
sassoso di un torrente, a bere tè – che in comune col Mojito ha solo la menta –
e mangiare per il terzo giorno di fila lenticchie, carote e patate. Meglio o
peggio? Non è questo il punto, la questione è che vorrei vivere entrambe le
situazioni nello stesso istante. L’eterna insoddisfazione dell’essere umano.
Un altro motivo che mi viene in mente per giustificare il mio spleen
baudelairiano è la crisi d’astinenza tecnologica: da 4 giorni il telefono è
spento, non controllo l’e-mail, Facebook e non ho notizie dal mondo; potrebbe
essere scoppiata la terza guerra mondiale e io non lo saprei . Ma è soprattutto
l’astinenza da Social Network che si fa sentire con più insistenza, non poter
controllare spasmodicamente cosa ha postato Tizio o Caio.
Patologia? Probabilmente sì…e delle peggiori. Mi consolo con un libro
e facendo il bucato nel torrente gelido.
Anche stasera si va a letto presto.
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